In questo scenario di benefica crisi (chi ha avuto modo di seguirci avrà capito che non ce ne preoccupiamo più di tanto visto che noi di Attuazione siamo perennemente in crisi da anni) si vedono e si sentono cose piacevoli e divertenti.
L’aspetto più esilarante che emerge frequentando le imprese in questo bailamme è quanto esse si diano un gran da fare per tentare di risolvere problemi che esse stesse generano.
Nel vedere i manager all’opera non si può che ringraziarli del divertimento che ci assicurano.
Certo, ci sono manager e manager e imprese e imprese tuttavia, in linea di massima, questa crisi tocca tutti in modo trasversale e quindi si ride sempre. Anche se con intensità diversa.
Forse le imprese meno esposte allo tsunami sono quelle del lusso stralusso.
Vivono ai confini della realtà e hanno margini così scandalosamente alti che non si accorgono di nulla.
In più hanno la fortuna – e su questo un cero alla Madonna sono obbligati ad accenderlo (per Dio!) – di vedere crescere il numero di deficienti al mondo disposti a spendere paccate di soldi per “ostentare”, “apparire”, “collezionare”.
Grazie ai nuovi equilibri economico finanziari aumentano le orde di schifosi russi e cinesi più scemi degli scemi che, come distintivo, hanno banconote che spruzzano fuori dai taschini e sono pronte per essere scambiate con suggestivi certificati di stupidità.
In via Montenapoleone a Milano li vedi camminare come maiali disposti a mangiare di tutto a qualsiasi prezzo. L’importante è che il cibo faccia ingrassare i sogni.
Al di là di questo Eden maledetto di drogati a gogò, se osserviamo le imprese “normali” sono tre le cose che spiccano in questo periodo di ansia per molti ma non per tutti.
Il primo è che il vecchio schema scontato e collaudatissimo utilizzato da anni per affrontare le situazioni e tirare avanti la baracca, ormai picchia sempre più in testa. Stiamo parlando di quel simpatico e noioso sistema di gioco basato su Analisi della Situazione-Definizione degli obiettivi- Pianificazione- Realizzazione – Controllo ( mitico Fayol). Chi lo continua ad usare sembra uno zombie con lo sguardo perso nel vuoto. Come fosse una vecchia Olivetti in periodi di Tablet.
Se è evidente che l’utilizzo della tastiera di Fayol è ormai sfasata sui tempi delle decisioni, lo è meno il rendersi conto che è proprio dal suo testardo utilizzo che nascono la maggior parte dei problemi.
Riunioni su riunioni per celebrare l’inconsistenza.
Il secondo, cronico, perché c’è sempre stato e sempre ci sarà, è il beato vizio di mettere quasi tutta l’attenzione sempre e comunque nel definire cosa e come fare trascurando poi il fare sì che le cose succedano.
Non c’è tregua nel costruire migliaia di bei progetti stesi in power point, con la malsana abitudine di bollarli con acronimi fini a se stessi messi lì per renderli prestigiosi e con l’effetto invece di farli diventare ridicoli. Quando va bene abortiscono in poco tempo o prendono una direzione diversa da quanto previsto, quando va male vengono sostituiti con nuovi progetti che hanno un nuovo nome e dicono le stesse cose dei precedenti. Cioè nulla.
Non c’è manager che non abbia nella sua fastidiosa borsa qualche bel progetto scritto solo per arginare il rimorso di coscienza. Come per i russi e i cinesi la passione è la stessa: “ostentare”, “apparire”, “collezionare”. La differenza è che le boutique non sono in via Montenapoleone. Sono la quasi totalità delle società di consulenza e formazione. Compreso il supermarket delle scuole da dove escono bambocci che hanno chiaro in testa solo una cosa: ciò che conta è sembrare, non essere.
Il terzo (lo diciamo per ultimo perché sarebbe da dire per primo) è il modo di pensare.
Un pensare che ha lo stesso stile dei valzer romagnoli o delle cantilene tirolesi. Cambiano le storie e i contenuti, ma il ritmo non si tocca. Il ritmo deve garantire l’ipnosi e fare in modo che si stampi sulla faccia di chi ascolta il classico sorriso da ebete.
I manager fanno lo stesso: riunioni su riunioni, parlare sul parlare, dire sempre le stesse cose. Un po’ di numeri qua, un po’ di esortazioni là, un po’ di raccomandazioni sopra, un po’ di slogan sotto. Senza rendersi conto che non è con il dire le cose che le cose cambiano. Anzi, più si dice e meno si cambia.
Perchè non è con il 2 che accadono le cose. Serve sempre il 3.
Il pensiero duale non porta da nessuna parte.
Lo sanno anche i sassi che per far succedere le cose ci vuole il positivo, il negativo e sempre (sempre) il neutro.
Forse nelle imprese servirebbe una funzione responsabile di garantire la presenza dei catalizzatori che “sciolgono” l’attuazione.
(Catalizzatore: sostanza che, in piccole quantità, è in grado di aumentare la velocità delle reazioni chimiche senza prendervi apparentemente parte in quanto alla fine del processo si ritrova inalterata).
Chissà perché ci viene alla mente un flash di un incontro avvenuto qualche anno fa.
Il luogo: un albergo triste di Milano. Probabilmente covo di turisti senza arte nè parte e manager in cerca di escort.
L’occasione: un convegno dal titolo “Summit sulla formazione”.
Partecipanti: gran parte di portaborse o trovarobe di imprese note.
Relatori: responsabili della formazione di imprese considerate all’avanguardia (qualcuno delle telecomunicazioni, delle assicurazioni, dell’automotive, delle banche…).
La scena: tutti presentavano i loro bei scacciapensieri. Progetti formativi definiti di “grande successo”, messi in piedi solo per tirar sera.
In uno scenario da orfani di guerra ad un tratto parte la relazione di Andrea De Marchi, un tale che dice di occuparsi di formazione in Barilla.
Dopo trenta secondi si capisce che sta parlando un fuoriclasse.
Dice tante cose. Nessuna banale.
Non lo capisce nessuno.
Termina il suo intervento accompagnato da un fragoroso battere di mani.
Aveva appena presentato una slide dove c’era scritta questa citazione:
«Se per qualche sprovveduto equivoco geografico le forze aeree americane – è ormai troppo tardi per
sperare qualcosa dai tedeschi – potessero distruggere ogni fabbrica nella costa del Nord-Est e nel Lancashire in un’ora in cui dentro ci sono solo i manager e nessun altro, non avremmo niente da temere. Non vedo come potremmo altrimenti riguadagnare quella esuberante inesperienza che è necessaria, sembra, per avere successo…»
John Maynard Keynes, 1945
Il fragoroso battere di mani certificava il suicidio dei deficienti in platea.
Beata crisi. Forse lo spettacolo è appena incominciato.


Per tirarci un po’ su il morale, proporrei l’osservazione, visto il favorevole periodo estivo, di uno o più formicai. Scoprirete un mondo ormai “ignoto” agli esseri umani, una capacita’ di aiuto e collaborazione per la comunità di lavoro… E una forza instancabile a non mollare mai! Non e’ follia, ma realtà, senza troppi fronzoli … Viva le formiche!!!!